martedì 2 aprile 2013

Attenti al drago volante ------Parte II

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Il 20 novembre. All’ora di pranzo. Dov’ero?!

Mentre la campagna sabina scorre veloce fuori dal finestrino, ancora protetta da una coperta sottile di rugiada ghiacciata, cerca di tornare indietro con la memoria a quel giorno, al 20 novembre, così, just in case.

Il 20 novembre.

Era in ritardo, aveva paura di perdere il treno, quello che doveva portarla a Fiumicino per salire sull’aereo, per fuggire dalla routine quotidiana solo per quattro giorni. Doveva salire su quell’aereo che l’avrebbe portata nella città che più amava, Londra.

Avrebbe spento il cellulare una volta arrivata e aveva già lasciato il computer a casa, stava per godersi 4 giorni di vacanza con il suo caro amico Matteo, che ormai viveva a Londra da tre anni.

Ogni volta che qualcosa nella sua vita andava storto, ogni volta che era triste o delusa o ferita, correva da lui.

Già lo vedeva ad aspettarla a Heathrow, tutto sorridente, tirato a lucido, con la barba appena fatta per non sentire i suoi rimproveri, dal cappotto di panno troppo leggero sarebbe spuntato il colletto stropicciato della sua camicia preferita, quella azzurro cielo. Sarebbe stato bello e impossibile, come sempre.

Per non rischiare di arrivare tardi alla stazione (era un grosso problema per lei quello di avere l’ossessione della puntualità) era uscita di casa senza pranzare, ma una volta a Termini, col treno in ritardo, aveva deciso di concedersi un menù al Mac Donald’s. Non era una cosa che faceva spesso, mangiare il cibo ipercalorico del colosso americano, ma qualche volta le faceva bene. Era come se avesse un forte desiderio di grassi e fritto. "Mac Donald’s Theraphy" la chiamava la sua amica francese e Michela era d’accordo sui poteri terapeutici del cibo macdonaldiano in momenti di stress o di tristezza.

Il suo treno, non quello per l’aeroporto, ma il regionale che prende ogni mattina, nel frattempo, è arrivato alla stazione Tuscolana e lei deve scendere, o meglio, tentare di scendere, vista la folla di persone che la separa dalla porta. Si fa coraggio, stringe la borsa e spera che la spunterà anche sta volta.

È in ufficio, alla scrivania. Guarda lo schermo del computer, le righe sul foglio elettronico non aumentano. La traduzione proprio non la prende, nemmeno un po’. Legge e rilegge lo stesso paragrafo tante volte, ma sembra come avere la testa vuota. Non riesce a togliersi dalla testa quel messaggio sul giornale e non riesce, per quanto le sembri assurdo, a non chiedersi se potesse davvero essere rivolto a lei. Mentre ci ripensa per l’ennesima volta, eccolo, come in un lampo.

Un particolare.

Il sorriso di quel ragazzo. Di quello che era seduto al tavolo accanto al suo, l’aveva guardata dritto negli occhi, con fare strafottente e abbozzando un sorriso beffardo le aveva indicato che aveva della salsa sul labbro. Maledetto Mac Chicken! Lei, ne era sicura ormai, si era pulita la bocca con il dito tatuato! Allora poteva forse essere che … quel ragazzo poteva essere lui l’autore di quel messaggio? 

Sente il dubbio iniziare a farsi strada nella sua testa.

Che fare?

Cerca di ricordarsi quel ragazzo, ma non ha trattenuto i particolari, non erano rilevanti. Si ricorda solo il fastidio che aveva provato quando lui le aveva fatto notare che aveva il labbro sporco. Dannazione! Perché non riesce a concentrarsi su quel maledetto manuale medico che deve essere tradotto a tutti i costi entro fine mese?

«Tu dovresti smetterla, signorina razionalità, di non ascoltare mai il tuo istinto. Dovresti buttarti, la vita è una. Te lo dico sempre.» Le parole di Matteo sono un problema. Seguire l’istinto. È davvero di questo che ha bisogno? Non ne ha idea.
Sa solo che chissà come, si ritrova con una pagina web aperta e clicca su: scrivi nuova mail.

“Ciao,
sicuramente no, ma c’è un 1% di possibilità che io sia la persona che descrivi nel messaggio su Leggo. Non riporci troppe speranze, perché è davvero una possibilità remota.

Michela.”

Il puntatore è fisso sul pulsante rosso Invia. Michela non ha il coraggio di premerlo. Resta lì a fissare lo schermo e si chiede se non sia un errore, una sciocchezza, qualcosa che potrebbe tranquillamente evitare.

«Michela, a che punto sei?» la voce del suo capo la fa trasalire, al punto che schiaccia inavvertitamente il tasto sinistro e la mail è andata, inviata.

«A buon punto, a buon punto.» Cerca di mentire, ma sa che lui la conosce bene.

«Che c’è? È tosta? Non avevi detto che era una sciocchezza?»

«No, no, Alex, è solo che oggi non riesco a lavorare. Ho mal di testa.»

«Fa una cosa stella, esci e prenditi un po’ d’aria e un caffè, magari ti fa tornare con la testa sul lavoro, sei ancora in ferie tu, te lo dico io!»

Michela esce e fa il giro dell’isolato. L’aria è fredda, ma a Roma non piove, il cielo è grigio e cupo, ma la città è bella lo stesso. Chissà se quel ragazzo del messaggio ha visto la sua mail, chissà se ha risposto e se ha risposto cosa ha scritto? E se le chiede di vederla? Come fa? Che fa, va ad un incontro al buio? Ma che diamine sta facendo!
 

lunedì 1 aprile 2013

Attenti al Drago Volante ------ Parte I

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Di lunedì mattina, come si fa ad essere di buonumore?  

Il weekend è appena finito e la settimana, con tutto il suo carico di stress e di vita, sta appena iniziando, nessuno si alza dal letto felice di lunedì e non vien di certo da sorridere se aprendo la finestra ci si trova davanti un cielo plumbeo e tanto vento caldo che sembra presagire uno di quei tifoni tropicali … Ma non dovrebbe essere inverno? Dove son finite quelle belle giornate di cielo cristallino col sole tiepido, in cui le nuvole vengono spazzate via dal tocco gelido della tramontana?

Mentre si aspetta il treno delle 8.13 è facile perdersi nelle considerazioni sul tempo, così, tanto per dimenticare l’umidità che salendo su dal Tevere inonda ogni cosa, entra nelle ossa e qualunque cosa tu faccia, te la porterai comunque dietro per tutto il giorno …

Michela si stringe nella sua sciarpa blu, di tessuto morbido - ricamata a mano in un paese lontano da una signora anziana dalle mani veloci ed esperte- e spera che il treno arrivi presto, l’attende una giornata tremendamente impegnativa. Se solo chiude gli occhi vede già davanti a sé la pila di carte che inonda quella che dovrebbe essere la sua scrivania, ma che -come il suo capo non perde occasione di puntualizzare- sembra più che altro un campo di battaglia. Aver preso due giorni liberi la settimana precedente le è costato caro e sa che quel lunedì dovrà fare il triplo del lavoro.

Con un sospiro rassegnato finalmente sale sul treno, almeno il riscaldamento funziona.

Scegliere dove sedersi è sempre un’impresa singolarmente complessa, Michela ormai sa bene quali siano i criteri da prendere in considerazione, un elenco non breve:

  • quantità di sporcizia, macchie e gomme da masticare appiccicate sui sedili;
  • densità dell’alone giallo-marroncino sul poggiatesta;
  • tonalità di blu dei braccioli;
  • grandezza del finestrino;
  • grado di visibilità verso l’esterno (anche detto: quantità di graffiti su quel vagone);
  • distanza dalla porta d’uscita.
Potrebbe sembrare una lista eccessivamente dettagliata, ma ormai il cervello di Michela è abituato ad usarla ogni mattina (perché la sera, al rientro, non può di certo permettersi tanta accortezza nella scelta; nella rissa del treno delle 18.28 ogni posto libero va bene, pur sempre incrociando le dita e sperando che i pantaloni nuovi non saranno da buttare a causa di una gomma da masticare!).

Così, processate velocemente le informazioni e scelto il posto, può finalmente sedersi.

Toglie il cappotto, allenta un po’ la sciarpa e si prepara a iniziare a leggere le mail che le hanno mandato dall’ufficio e che ha stampato perché è ancora una persona all’antica e quando ha bisogno di prendere appunti o di sottolineare preferisce la cara vecchia carta allo schermo del cellulare.

È arrivata alla seconda riga del primo foglio in cui il suo capo, dopo averle augurato buona vacanza, annuncia che la consegna per il romanzo inglese che sta traducendo è stata anticipata di due settimane.

Che rabbia! Pensa Michela e mentre si guarda intorno nota, sul sedile vuoto accanto al suo, un giornale abbandonato.

Le piace molto essere sempre aggiornata sulle ultime novità e nei giorni in cui esce di casa coi minuti contati e non fa in tempo a comprare il quotidiano, trova la free press molto utile.

Per fortuna sta nascendo l’abitudine di lasciarli sul treno i giornali, così uno stesso quotidiano informa più passeggeri che viaggiano sulla stessa tratta ad orari diversi …

Michela prende il giornale. Leggo. Scorre le notizie.

È piuttosto stufa delle continue morti, degli incidenti, dei potenti in lotta tra loro e preferisce le pagine di cultura e quelle con le recensioni degli ultimi film.

Come al solito, salta lo sport a piedi pari, ma si ferma un attimo ad una pagina scritta fitta fitta che la incuriosisce.

Messaggi e pensieri d’amore.

Inizia a leggere e le viene da sorridere di fronte agli annunci più disparati: si va dai messaggi d’amore in codice: “ti amo tanto cucciola, tuo cucciolo” a cose più particolari come “al bellissimo autista della linea 310, ti sogno tutte le notti!”, come si può non ridere? In un certo senso però, una piccola parte del suo cuore prova quasi invidia per quella gente che passa ancora il tempo a dar retta ai sentimenti … si vede che non hanno niente di meglio da fare, pensa Michela, mentre continua a scorrere con gli occhi gli  annunci …

“Alla bellissima ragazza dai capelli rossi, con il trolley viola e l’anulare destro tatuato che era al Mac Donald’s di Termini il 20 novembre alle 13.15, non posso smettere di pensarti. Il ragazzo che era seduto di fronte a te. Scrivimi feilong@live.it

Michele rilegge, una, due, tre volte.
Poi guarda la sua mano destra.
Guarda il suo anulare e il sottile stelo che lo avvolge e sboccia in una rosa blu, proprio all’altezza dell’unghia … Che stupida che sono, si dice, sarà solo una coincidenza, non è poi una cosa così unica avere un tatuaggio su un dito!

Il 20 novembre. All’ora di pranzo. Dov’ero?!

Mentre la campagna sabina scorre veloce fuori dal finestrino, ancora protetta da una coperta sottile di rugiada ghiacciata, ricorda ogni cosa …
 

Inaspettatamente.

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Era una di quelle sere in cui non avevi voglia di far altro che smettere di pensare e divertirti. Non c'era stato nmmeno bisogno di insistere, avevi accettato di uscire immediatamente. Non lo facevi per i tuoi amici, quella sera potevano esserci o no, non cambiava molto. Lo facevi solo per te stessa. 

Desideravi solo il caos. Il rumore, volevi sentirti completamente avvolta dalla gente, dal rumore e dalla confusione, perchè quello era un ottimo modo per chiudere la testa.

Il locale è strapieno. Più del solito. Appena entri ti sembra di essere in una realtà parallela, le luci verdi al neon creano un reticolo surreale, ti pare quasi di doverle schivare, mentre cammini, quasi fossero piene di corrente elettrica. Gli altri li hai già persi di vista, si saranno gettati nella mischia, poco importa.

Bar. 
C'è bisogno di alcol. Sei quasi diventata astemia negli ultimi mesi, sei così incazzata con te stessa che vuoi solo la cosa più forte che abbiano e vuoi andare avanti a bere tutta la notte, per scordarti di tutto. 

Alla terza tequila inizi a sentirti meglio, hai l'agro del limone in bocca e le labbra intorpidite dal sale, cominci a non sentire più i sapori. 

Ed è a quel punto, in quell'istante preciso, che senti un profumo familiare, ti giri e te lo ritrovi lì. Davanti a te. In piedi alla tua sinistra, come uscito dal nulla, come materializzatosi dalla nuvola di fumo che sale dalla pista. Non pensavi l'avresti mai rivisto. Eppure eccolo lì, inaspettatamente, con quegli occhi neri neri che sembrano non finire mai, rischi di perdertici dentro. Lo riconosci, anche se sei un po' annebbiata. Anche lui ti riconosce, perchè abbozza un sorriso e tu lo sai che vuol dire, quindi gli offri un bicchiere e speri ti voglia tenere compagnia.

Lui sorride. Ti piaceva, allora, il suo modo di ridere e ti piace ancora. 

"Ehi" provi a dire, ma ti viene da ridere, perchè la situazione tende al ridicolo, sei tu a tendere al ridicolo. Cosa stai per dirgli? Non ne hai idea, per fortuna però, lui è collaborativo. 
"Come va?" ti chiede e tu vorresti urlare, ma non lo fai, perché sei una persona equilibrata, alla fine dei conti. "Bene, ora va bene." rispondi e lui vuole sapere dove sei finita negli ultimi mesi, non 'tha più vista. Glielo dici e lui sorride. Quel sorriso è veramente bello, forse è l'acol che scorre nei tuoi vasi a fartelo vedere più affascinante di quanto non sia realmente, ma poco conta. 
Lui parla, tu lo ascolti e lo guardi, imbambolata, ammaliata.
Sa parlare, oh se sa parlare. La sua voce ha un suono ovattato, sembra ti accarezzi con le parole e per un istante, complice la tequila, ti ritrovi a desiderare che non sia solo la sua voce ad accarezzarti.

Parlate, fino a perdere il filo. Fino a non sentire altro che la sua voce, a far sparire persino la musica assordante. Racconta, racconti. Le parole scorrono veloci come fiumi, insieme ai bicchieri svuotati, uno dopo l'altro.

Poi, d'un tratto, senti che vuoi ballare, vuoi ballare con lui. Vuoi che si accorcino le distanze, vuoi sentirlo più vicino, vuoi che ti poggi le mani addosso e che ti stringa. 

"Andiamo a ballare" dici, senza dargli il tempo di rispondere, senza aspettare che reagisca. Gli prendi la mano, lui te la stringe. Ti piace la sensazione della sua pelle a contatto con la tua. Senti la tua mano sparire dentro la sua. Ti senti bene.
La pista è un caos. Si sta stretti, tutti ammassati, come sempre. 
I tuoi amici sono lì da qualche parte, in mezzo a quella massa informe di corpi che si muovono tutti insieme, quasi come se fossero manovrati da un burrattinaio invisibile. Ma non ti interessa sapere dove siano, non vuoi andarli a cercare. Lui s'è sfilato la giacca ed è rimasto in camicia, nera. Lo trovi in forma. Si muove, sinuoso. Anche tu inizi a ballare. Vuoi dimenticare tutto, vuoi smettere di essere incazzata con te stessa e lasciarti andare, scivolare via, vuoi che le cose brutte scivolino via e che resti solo la musica, che ti rimbomba dentro le costole; che resti solo quella pista e che resti solo lui, che non ti stacca gli occhi di dosso.

Ti avvicini e anche lui s'avvicina. Senti il suo profumo, frizzante, vivo. Non sai come sia possibile, ma ti trovi il suo collo così vicino, che non puoi evitare di poggiarci una mano sopra, una carezza rubata. Lui sembra rapito. Su un altro pianeta.

Ballate, ridete e ti senti rinascere.

Non t'aspettavi che quella serata sarebbe finita così. Volevi solo bere e ballare, fino a dimenticarti anche il tuo nome; invece no, invece ti ritrovi con lui, non pensavi l'avresti mai rivisto. Ma, inaspettatamente, sei felice di averlo fatto. Sei felice che in quel momento sia lì e che sia proprio lui.

venerdì 29 marzo 2013

The Last but not Least Lecture

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Mi piace quando qualcuno mi regala un libro. 
A prescindere da che libro sia, mi fa felice. 
Se poi c'è una dedica sulla prima pagina, la felicità raddoppia. La dedica è importante, va scritta a mano da chi fa il dono e lega quel regalo alla persona da cui l'hai ricevuto per sempre. Ovviamente, direte voi, questo ha un lato negativo: se litighi con quella persona o scompare dalla tua vita per sempre, che te ne fai delle sue parole dopo dieci anni? Niente probabilmente. Però, pensateci, infondo quelle parole sono legate al rapporto che avete o che avevate con quella persona in un determinato momento della vostra vita, perciò continuaneranno ad avere valore, almeno in questo senso.
Quindi, dicevamo, un libro regalato è già una gioia. Se poi è Chiara a farti un regalo di Natale, la gioia si duplica.
Insomma, non puoi farne a meno e sul treno inizi già a leggerlo.
Accidenti!
Eppure Chiara sa che una delle categorie di libri che non riesco a leggere sono quelli che parlano deliberatamente di morte, drammi familiari, malattie terminali... e cosa fa? Mi regala il libro che è il riassunto dell'ultima conferenza tenuta da un professore/scienziato che sta per morire di tumore?
Partiamo già molto male.
Però il titolo della conferenza è "How to achieve your childhood dreams" (come realizzare i sogni che avevi da bambino) ed è in lingua originale. Vabbè, magari se Chiara me l'ha regalato un motivo c'è... magari vale la pena provare a leggerlo.

Inizio a leggere, col beneficio del dubbio.

Il libro scorre via veloce, talmente veloce che l'unico modo per goderselo é  centellinarlo. 
È chiaro che ci sono libri che si possono divorare in poco tempo perché non vedi l'ora di sapere che succede dopo, perché la trama è avvincente e la scrittura scorrevole; ma ce ne sono altri che sono talmente densi di significato da richiedere più tempo, vogliono essere, in una certa  misura, digeriti e metabolizzati, sarebbe una cattiveria deliberata leggerli tutto d'un fiato. 

Insomma, ci ho messo tre mesi e mezzo, vabbè, quasi quattro, per finirlo, ma me lo sono goduto interamente, ogni pagina.
Non si può non ammirare un uomo che sa che sta per morire e vuole parlare di vita. Di esperienze e soprattutto di sogni, i propri e quelli degli altri, perché credo abbia ragione quando dice che aiutare qualcun altro a realizzare un sogno può essere bellissimo.
Chi mi conosce lo sa, io sono una sognatrice incallita. Anche troppo sogno e questo alle volte porta a delle cadute rovinose, ma se penso ai sogni seri, alla lista delle cose che sognavo da bambina e faccio un bilancio di quanti ne ho realizzati o sono sulla buona strada per realizzare, rimango esterrefatta e, concedetemelo una volta ogni tanto, sono anche fiera di me. 
Ho la metà degli anni di Randy e fortunatamente non sto morendo, ma se così non fosse, se fossi arrivata alla mia "last lecture" potrei tracciare un bilancio abbastanza positivo.
Ma il libro non é un libro di morte, lo ripeto, è di vita. E ci sono delle parti a dir poco ispiranti. 
Ho preso da un po' di tempo un'abitudine, oltre a sottolineare sul mio libro le parti che più mi colpiscono, le trascrivo sulla moleskine. Mi piace, quando la sfoglio a ritroso, ritrovarci un po' delle parole degli scrittori che mi accompagnano nei miei giorni, oltre alle mie.
"Brick walls are there for a reason. They give us a chance to show how badly we want something." 
(I muri ci sono per una ragione. Ci forniscono un'occasione per dimostrare con quanta forza vogliamo qualcosa. trad. mia)
Impeccabile. Incontriamo ostacoli a valanga, ogni giorno, detto da una persona che ha imparato una lingua che ogni giorno, almeno per i primi tre anni, ti mette davanti a muri di cemento armato che senti di non poter superare... ma qualcosa ci ha spinto, pensavamo di  non farcela, ma forse ogununo di quei caratteri che non riuscivamo a memorizzare era un mattoncino da superare. 
Ci credo nella forza di volontà, non sarei chi sono oggi se non avessi creduto che l'interprete potevo farlo davvero, a prescindere da quanto fosse lunga e tortuosa la strada.

"If you have a question" my folks would say "then find the asnwer". The instinct in our house was never to sit around and wonder. We knew a better way: Open the encyclopedia. Open the dictionary. Open your mind."
("Se avete una domanda" dicevano i miei genitori "trovate la risposta." L'istinto a casa nostra non era mai quello di rimanere seduti a farsi domande. Conoscevamo un modo migliore: Aprire l'enciclopedia. Aprire il dizionario. Aprire la mente.)

A casa mia anche, è sempre stato così. Se hai una domanda, vuoi sapere qualcosa, cercalo. Mia madre mi ha fatto crescere avvolta in mezzo ai libri, ai quaderni, alle penne. Non c'era molto che potessi fare, se non sentire una curiosità folle crescere dentro di me. Quella di chiedere, sapere, leggere. Mia nonna diceva sempre: "Per fortuna che ci sei tu." aveva comprato un'enciclopedia, con la copertina rossa e immacolata, quando mio padre e mio zio andavano ancora a scuola, ma non l'avevano mai aperta. Io ero incantata da quei libri, suggestionata. Erano divisi da A-a-Z e mi pare di vedermi, bambina arrampicata sul letto a cercare di tirare giù quello giusto per le ricerche non dovevo fare. Non erano ricerche di scuola. Io mi divertivo a leggere le voci dell'enciclopedia e a scrivere sul quaderno non-di-scuola il riassunto di quello che leggevo. Era un lavoro faticoso, certo, ma così affascinante... e quei libri sembravano infiniti! Ora, ovviamente, tutto è diverso. Sei curioso? Non ti viene quella parola, o quell'altra come si pronuncerà? Vuoi un'infomazione, hai un dubbio da frugare? Tiri fuori il telefono e cerchi su google. Cinque secondi e hai la risposta, ovunque tu sia. Comodo, certo, ma a dirla tutta un po' si perde il fascino ... quello di andare a prendere quei volumi intrisi di sapere e cercare una risposta a quello che volevi sapere...

"You can always change your plan, but only if you have one. I'm a big believer in to-do-lists. It helps us to break life in small steps."
(Puoi sempre cambiare il tuo piano, ma soltanto se ne hai uno. Credo moltissimo nello stilare liste di cose da fare. Ci aiuta a dividere la vita in piccoli passi.)

Beh, questo potrei averlo scritto io, senza problemi. E so che ci sono persone che sarebbero prontissime a testimoniare la mia mania di fare piani e programmi, ma così è, solo se pianifichi puoi fare le modifiche, se non lo fai ti ritrovi in balia degli eventi... Eppure ho imparato a mitigare, a cercare un giusto equilibrio tra il pianificare e l'improvvisare... ma il primo mi riesce meglio, non c'è niente da fare!

Sono pagine davvero meravigliose, che ti lasciano qualcosa mentre le leggi, che ti fanno riflettere su cose banali, che non vedi nemmeno a volte. 
Ma ho già detto troppo su un testo che, dico la verità, faccio fatica a rimettere in libreria. Quindi, vi lascio con un'ultima citazione e con un regalo, sperando che averne scritto possa mitigare un po' il distacco e mi permetta di riporlo e aspettare la prossima lettura.

"Experience is what you get, when you didn't get what you wanted. It's a phrase worth considering at every brick wall we encounter, at every disappointment. It's also a reminder that failure is not just acceptable, it's often essential. The person who failed often knows how to avoid future failures. The person who knows only success can be more oblivious to all the pitfalls. Experience is what you get when you didn't get what you wanted. And experience is often the most valuable thing you have to offer."
(L'esperienza è quello che ottieni, quando non ottieni quello che volevi. Parole che vale la pena ricordare quando incontriamo un muro, o una delusione. Ci ricorda anche che il fallimento non è solo accettabile, ma è spesso essenziale. La persona che ha fallito, spesso sa come evitare fallimenti futuri. Quella che conosce solo il successo può non rendersi conto delle difficoltà. L'esperienza è quello che ottieni, quando non ottieni quello che volevi. E l'esperienza è spesso la cosa più importante che hai da offrire.)

Che posso dire? Chiaro è che la mia amica, non per niente, Chiara, avesse bene "chiaro" cosa mi servisse leggere in un momento particolare della mia vita. Il suo regalo, una volta ancora, era azzeccato più che mai, gonfio di emozioni. Non posso che ringraziarla, per aver saputo cogliere nel segno anche sta volta!

E dato che questo libro è tratto da appunti dettati per telefono dall'autore a un amico mentre faceva altre cose, perchè gli rimaneva poco tempo da vivere e non ne aveva per mettersi a scrivere, che avevano l'obiettivo di colmare quanto Randy Pausch non era riuscito ad approfondire nella sua "Last Lecture", l'ultima lezione/conferenza che ha tenuto, non posso fare a meno di presentarvelo di persona e di lasciarvi il video della sua Last Lecture che è sicuramente... last but not least.


giovedì 28 marzo 2013

De Libri

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I libri, in generale, sono una parte fondamentale della mia vita. Lo sono sempre stati, da quando era mia madre a leggerli per me, prima di dormire, da quando le chiedevo di rileggere mille volte lo stesso episodio di Pippi Calzelunghe, il libro gigante con la copertina arancione senza figure, ma con delle fotografie dentro. Lo sono stati da quando zia Mirella a Natale mi regalava i libri della Mursia, quelli profumati e non mi regalava libri a caso, mi regalava "Il racconto di Natale" di Dickens o "Pattini d'argento" o Rodari. 
Ma non è di questo che voglio parlare, voglio parlare di quanto i libri siano stati e siano importanti nella mia vita. 
Un percorso strano, mi ricordo ancora che fino ai diciotto-diciannove anni, non conoscevo la magia del comprarsi un libro. Me ne avevano regalati, sicuramente, ma poi tutti i libri che ho letto nella mia infanzia venivano dalla biblioteca. Non ci avevo mai pensato che uno potesse costruirsi una libreria tutta sua. Andavo in biblioteca, vecchia chiesa sconsacrata, mi sceglievo tre o quattro libri del "Battello al Vapore" e li divoravo nei mesi estivi, alle elementari.
Poi, alle medie, c'era la biblioteca della scuola. Era solo un'aula, ma c'erano un sacco di libri dentro. E la professoressa di educazione tecnica che la gestiva mi lasciava tutta la ricreazione di tempo per stare lì dentro da sola a scegliere un volume tra tutti quelli che c'erano sugli scaffali, potevo scegliere qualsiasi cosa. Il primo libro che ho preso in prestito lì dentro, me lo ricordo ancora, è stato "Mary Poppins", numero di pagine? Venerabilmente 440. Ma non era stata scelta deliberata, in quel caso, bensì costretta dalla mia prof. di lettere che non mi aveva lasciato molte opzioni.
E così leggendo, un libro dopo l'altro mi veniva voglia di scrivere, di raccontare anche io delle storie e si formava la mia coscienza critica.
Iniziavo a rendermi conto che non tutti i libri mi piacevano allo stesso modo. Alcuni proprio non potevo soffrirli e quando ciò accadeva, non c'era niente da fare, non riuscivo a superare le prime pagine. Un diritto imprescindibile del lettore, a mio avviso e all'avviso di Pennac, sicuramente più degno di considerazione di me, è quello di poter non leggere. Beh, ci sono libri che dopo vent'anni ancora aspettano di essere letti.
"Prof, per favore posso cambiare libro?" la mia non era una semplice richiesta, era un'implorazione. Quel maledetto "Castello di Otranto" che la prof di lettere voleva leggessi mi metteva angoscia, mi faceva sentire triste... stavo capendo in quel periodo quante emozioni può trasmettere la lettura, ma quelle, di emozioni, proprio non mi piacevano. La prof aveva guardato attentamente la mia faccia preoccupata e, comprendendo la situazione, mi aveva permesso di sostituire il libricino da 100 pagine scarse che odiavo tanto con il mattoncino da 440 di Mary Poppins. Ma, insomma, volete mettere? 440 pagine di avventure di Mary Poppins erano decisamente più leggibili.
La vera rivoluzione avvenne al liceo.
Al liceo iniziai a frenquentare la rifugioteca. (Per saperne di più, ecco il post dedicato) E tutto cambiò. Perché quel posto e la sua guardiana avevano una magia unica. Perché lì i libri prendevano vita, si animavano, diventavano condivisibili, perché non erano più un'esperienza privata, solitaria, ma diventavano qualcosa di comunitario. Leggevamo ad alta voce, i suoni si disperdevano per le stanze semivuote della rifugioteca, in un gioco tutto pieno di magia. Ogni giorno era un'emozione nuova e Laura ogni giorno aveva qualche libro nuovo che voleva leggessimo, voleva il nostro parere. 
Ed è stata Laura, un giorno, con una frase detta per caso a casa sua, dopo aver mangiato del purè di rapa rossa, a farmi intuire che oltre ai libri che prendevo in prestito in biblioteca, avrei potuto avere dei libri miei! Non lo avesse mai fatto!
Vi sembrerà strana questa mia confessione, ma per davvero non avevo mai immaginato di poter avere dei libri miei. Tutti miei. Anzi, ero sempre disperata all'idea di non poter trattenere abbastanza dei libri che leggevo, ogni volta che li portavo indietro sullo scaffale della biblioteca era un tuffo al cuore. Una separazione dolorosa. Avevo un quaderno e ci trascrivevo le parti che più mi colpivano... cos'altro potevo fare? Quello mi sembrava un buon metodo per conservare un pezzetto del libro appena finito...
"Avere dei libri tuoi è una cosa bella. Io per tanto tempo sono stata molto attaccata ai miei libri, ora lo sono di meno, riesco persino a regalarli." Così aveva detto Laura, la guardiana della rifugioteca, quella sera d'inverno, davanti alla sua libreria. Ovviamente non poteva avere idea di cosa fosse scattato dentro di me in quel momento. Non poteva sapere che mi aveva appena fatto intuire che potevo avere libri tutti miei! 

Il primo libro che ho comprato con i miei risparmi è stato "Novecento" di Alessandro Baricco. Alla Libreria Croce, Roma. Subito dopo una lettura ad alta voce all'ennesima meravigliosa presentazione del nuovo libro di quel genioVale la pena dare un'occhio al genio di Baldo Savonari) E da quel giorno, per dannazione di mio padre che ha dovuto costruire una libreria nel sottoscala, comprare libri è diventata la mia passione e la mia dannazione.



Ogni libro che popola la mia libreria ha nella prima pagina bianca, subito dopo la copertina, la mia firma, la data in cui l'ho acquistato e il luogo e un paio di righe che mi ricordano perché, in che circostanza l'ho comprato... può sembrare sciocco, ma se ci penso, tra vent'anni, mi basterà aprire a caso un libro e avrò un pezzetto della mia vita attaccato ad esso. Indossolubilmente legato. 
Tutta questa digressione non l'avevo pensata, in realtà volevo solo scrivere due righe per dire che ho deciso di aprire una nuova rubrica per parlare di libri... ed è venuto fuori questo... che vi devo dire, è andata così, ma sappiate che in questa sezione del blog troverete qualche mia idea, commento, sproloquio su libri letti o in lettura... Tutto qui.